Parigi, 14 Novembre
2015, ore 02:15am.
Provo a scrivere, ma
la mente è miseramente annebbiata. Non è come quando leggo un romanzo, non è
come quando lo scrivo e non è nemmeno come quando sento una notizia al TG di un
posto lontano. Oggi fantasia e realtà si fondono insieme e ci sono anche io nel
mezzo. Ero a dieci minuti a piedi da Place de la Republique ieri sera alle 20.30. Ero
felice della mia nuova casa parigina, proprio nel cuore della città. Poi ho
deciso di ritornare nella vecchia casa e organizzare il trasloco per il giorno
dopo. È stata mia madre a darmi la notizia per telefono, mi ha detto “Non
uscire!”. Ho acceso la TV e ho capito subito
che era l’inferno. E che era lì fuori.
Quella notte sono riuscita a scrivere solo queste poche
righe. Poi il black-out si è impossessato della mia mente, del mio cuore e
della mia anima, rimanendo impotente soltanto alle lacrime che non smettevano
di scendere.
Mi sono sentita inutile e impotente davanti a quelle immagini di terrore allo stato puro: uno, due, tre, quattro attacchi. E poi
ancora. In una babele di spari, bombe, kalashnikov e soprattutto sangue.
Quello
rimasto per giorni sulle vetrine del Carillion e del Petit Camboge. Quello
dell’eccidio dentro il Bataclan. Quello che resterà indelebile nelle ferite
dell’anima. È stato un massacro. Né più né meno di quanto successo a Bruxelles, o in Costa d’Avorio, o a San Bernardino, o a Raqqua, o a Beiurut, o a Orlando, o a Istanbul, o a Dhaka, o a Bagdad, o in qualsiasi altro angolo di mondo dove la morte prende il posto della vita. Ma quella volta di un anno fa, è stato qui. Nel cuore dell’Europa, della nostra Europa. In un posto dove, nell’immaginario comune, la guerra non esiste. I morti di Parigi non sono diversi dai morti che tutti i giorni cadono sotto la falce di un nemico incomprensibile. Ma, per chi li ha vissuti da vicino, sono stati pesanti come dei macigni perché ci hanno messo davanti una realtà a cui in tanti, troppi, voltavamo le spalle, perché lontana. E invece è venuta a cercarci fin sotto casa con le sembianze di ragazzi di 20 o 30 anni, usati per diffondere terrore da chi profana la loro disperazione, guardandosi bene dallo schierarsi in prima fila in nome di un dio redentore. Altre vite, spezzate e gettate dritto all’inferno dai demoni della terra, che a pensarci portano nel cuore una pena tanto forte e grande quanto il dolore lasciato dagli innocenti volati in cielo senza alcuna colpa.
Vorrei che tutto rimanesse fermo a quella notte, che i
martiri di Parigi fossero gli ultimi da ricordare, senza ritornare ogni giorno
come fantasmi di un passato che diventa presente. Vorrei che le bombe e gli
spari fossero solo quelli che, da quel venerdì sera, vengono quasi ogni notte a
bussare nei miei sogni. Vorrei continuare a incontrare ogni giorno un cattolico
che mi racconta di aver sposato una donna di religione musulmana e aver creato con
i loro figli la più bella famiglia del mondo. Vorrei continuare a incontrare
tanti Hany, Iba, Lily, Rose, rispettivamente egiziano, tunisina, libanese e
americana, e continuare a chiamarli Amici. Vorrei
continuare a credere nel mondo bello che vedo e non in quello brutto che
vogliono farci vedere.
Perché come tutte le guerre, anche questa passerà, facendo
rinascere dal fango e dalle macerie dell’odio una voglia di vivere ancora più
forte, alimentata dal ricordo lasciato da una ferita sempre aperta.
“…all we are saying
is give peace a chance…”
John
Lennon – Give
peace a chance




